Blow up e lo spirito della ‘Swinginlondon’ attraverso gli occhi di Antonioni

Era il 1966, gli anni della famosa Swingin’London, delle modelle in cortissimi abitini, colori sgargianti, della moda del color bloc, forme ad A e frangette sbarazzine.

Un mondo in cambiamento, una gioventù inquieta e annoiata, quella fotografata da Antonioni in questa pellicola. Antonioni è un regista particolare, i suoi film non sono mai facili, io tendo a dire che i ti lasciano sempre con una sensazione di inconcludenza, ma di certo nessuno meglio di lui sa evidenziare il vuoto in cui  i rapporti umani si dissolvono, sia quelli tra uomo e donna ma anche i rapporti in generale, la superficialità in cui spesso la nostra vita si lascia scivolare.

Ma se il film di per sè è comunque interessante da vedere, lo è a maggior ragione se amate la moda. Il protagonista del film è propio un famoso fotografo di moda, e ci sono dei camei delle più famose modelle del tempo, da Veruska Von Lendhorff che interpreta se stessa, Jill Kennington, Melany Hampshire, Gillien Hills, per non dimenticare un’esordiente Jane Birkin e Vanessa Redgrave giovanissima in un perfetto London look con camicia a scacchi e gonna di jeans a vita alta. Assolutamente da copiare.

 

 

blow up poster

blow up
Jane Birkin, David Hemmings
blow up
Vanessa Redgrave

 

 

david Hemmings & Veruska
blow up
David Hemmings
il famoso ‘amplesso fotografico tra Hemmings e Veruska

Share This:

Pasolini un delitto italiano

Il 2 novembre è stato l’anniversario della tragica morte di Pier Paolo Pasolini. Rai Movie ha trasmesso  il film di Marco Tullio Giordana, che io avevo già visto nel ’95 quando era uscito senza troppo rumore nelle sale.
E’ un film/documentario asciutto, con inserti di filmati d’epoca originali, che procede con un ritmo serrato presentando ad una ad una le falle di una inchiesta ai limiti del ridicolo, e solleva oggi più che mai dubbi e incertezze su quello che sembra un ennesimo delitto volutamente irrisolto.
Fa parte di quella serie di film italiani che raccontano un Belpaese che nessuno vuole vedere o ricordare, sono film pieni di sostanza e con pochi fronzoli, che ci ricordano che le nostre sono problematiche politiche e sociali radicate profondamente nel tessuto stesso della sua classe dirigente.

Ho avuto il piacere di leggere in giovane età, sotto insistenze di mia madre, Ragazzi di vita, di Pasolini, che ho trovato davvero straordinario, in età più adulta mi sono approcciata al suo cinema. Ho apprezzato Teorema e Uccellini Uccellacci, meno il Decamerone, e ho avuto serie difficoltà con Salò  le 120 giornate di Sodoma, un film allegorico di una violenza fisica e psicologica difficili da sopportare.
Ma chi era Pasolini? Scrittore, Poeta. cineasta, sceneggiatore,
in una parola che oggi ha assunto una valenza quasi negativa, un
intellettuale. E oltretutto, un omosessuale, in un momento storico in cui l’omosessualità era considerata ancora una vergogna da nascondere.
Molti dei suoi scritti e i suoi articoli sono in netta contrapposizione con  la società borghese dell’epoca, ma anche l’atteggiamento verso il movimento dei sessantottini è decisamente critico.
Una figura scomoda, che non risparmava nessuno,  il suo occhio attento sempre puntato sui fatti di cronaca, sugli intrallazzi politici, sulle stragi di destra e di sinistra. Ricordiamo che quegli anni di piombo tra il ’60 e il ’70  sono stati drammatici, con la strage di Bologna e di Milano, l’ assassinio di Moro (sulla quale cui consiglio la visione del film Piazza delle cinque lune di Martinelli) e altri fatti di un’Italia dilaniata tra destra e sinistra, mafia e camorra.

La notte del 2 Novembre del ’75 Pasolini viene trovato, ormai privo di vita, massacrato letteralmente, all’idroscalo di Ostia.  Per l’omicido viene accusato Pelosi, un giovane che si prostituisce e che afferma di essere stato adescato e poi aggredito da Pasolini. Ma la storia ha evidentemente moltissime falle, sembra sempre più improbabile che Pelosi abbia agito da solo, ma nessuna indagine viene fatta per scoprire quelli che saranno definiti aggressori ‘ignoti’. Il caso viene chiuso in fretta e furia, e nel 2008 lo stesso Pelosi dirà «è
spuntata una macchina scura… e una moto. Sono arrivate in tutto cinque
persone… Ho visto che trascinavano Pasolini fuori dalla macchina, e lo
riempivano di pugni e calci, picchiavano forte. Gridavano: “Sporco
comunista, frocio, carogna”. Ho avuto paura. Sono tornato quando tutto è
finito… Se tu uccidi qualcuno in questo modo, o sei pazzo o hai una
motivazione forte: siccome questi assassini sono riusciti a sfuggire
alla giustizia per trent’anni, pazzi non sono certamente. E quindi
avevano una ragione importante per fare quello che hanno fatto. E
nessuno li ha mai toccati. Alla fine di questa brutta storia ho pagato
solo io, che avevo solo 17 anni. Sono stato usato
».

Se siete interessati a saperne di più vi consiglio sicuramente la visione di Pasolini un delitto italiano,
io vi lascio con  un articolo scitto da Pier Paolo sul Corriere della sera, il 14 novembre del 74 poco prima che venisse ucciso.

 Cos’è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini



Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e
che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione
del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi
fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle
prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più
recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi
della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda
fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in
second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del
resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il
’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si
sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro
del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le
disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per
tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di
Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto
la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo
momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva
tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti
che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della
Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale
(mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e
puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai
tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai
malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione,
come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire
tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di
immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti
anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di
un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove
sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.
Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato,
che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a
fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri
intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto
intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a
proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così
difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una
grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non
di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo
esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro
all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha
il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col
potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un
intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti
pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il
modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e
inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente
politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e
quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità,
prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è
proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si
identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità:
cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta
la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e
nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e
ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo
ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al
“tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici
e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In
Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa
stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito
all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza
dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un
Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese
idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un
Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista
italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto
“insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è
aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto
appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso
può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo,
corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi
da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili,
intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio
su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse
salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però
in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati
incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista
italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella
degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso,
non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo
oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si
identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci
riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato
stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato –
puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di
tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno –
come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei
responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose
stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui
distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità
politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi
mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario:
non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva
situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene
imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di
intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della
storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro
l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste
categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando
può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei
tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io
non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera
classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi
“formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E
naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un
comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto
altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità,
cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la
possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili
dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me,
non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo
“diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la
democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi
prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso
con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori
responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano
migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato. 

 

Share This:

ANNI DIFFICILI: un film da vedere.

Ciao fringuelle care, ieri come tutti i giovedì sono andata al cinema d’essai D’Azeglio qui nella nebbiosa Parma, a vedere una retrospettiva gratuita di film con argomento il neorealismo italiano.
Premetto che, da appassionata di cinema quale sono, ho in effetti una grande lacuna a proposito, e questa retrospettiva cade proprio a fagiolo! Ho già avuto il piacere di vedere Paisà, ladri di biciclette e altri, film che probabilmente non avrei avuto modo di vedere altrimenti.
Ma bando alle divagazioni, è di Anni Difficili che vi voglio parlare. E’ una pellicola del ’47 di Luigi Zampa. con Umberto Spadaro, Milly Vitale, Delia Scala, Massimo Girotti (che uomo…), e Ave Ninchi.
Il film racconta la storia di un paese siciliano sotto il regime, fino alla scoppiare della guerra e fino alla fine del conflitto.
Non è il solito film di denuncia sul fascismo, certo è naturalmente  anche questo, ma è  una analisi dell’atteggiamento degli italiani, quelli comuni, del popolo, non poveri e non ricchi, tutti insomma, e delle loro reazioni agli avvenimenti, mettendo il dito nella piaga su certe meschinità, codardie, clientelismi e posizioni di comodo che sono putroppo diffuse nel nostro paese. Ci sono le figure degli intellettuali, che dissentono ma di nascosto senza mai esporsi, e i voltagabbana, sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori, servi del fascio fino a quando l’Italia non viene sconfitta, e allora servi degli alleati.
Il film ha per quasi tutta la durata un tono quasi leggero, che si fa però sempre più greve mano a mano che la guerra si avvicina, per finire con 10 minuti di vero gran cinema, al termine del quale lo spettatore si sente ferito,e pieno di vergogna.
Anni difficili suscitò un acceso dibattito (anche da parte di
tanti personaggi influenti della scena politica del dopoguerra che si
vedevano in qualche modo rispecchiati in alcune figure ),
ed ovvi e violenti attacchi da parte della destra, i cui giornali ne
chiesero persino il sequestro per “diffamazione della patria”.
Dovete vederlo, assolutamente, perchè credo che se non si sa da dove si viene non si può neanche sapere dove si sta andando.

Share This: