Sulla mia pelle, il film. La morte di Stefano Cucchi

‘Sulla mia pelle’ è un film del 2018 diretto da Alessio Cremonini. Il film è stato selezionato come film d’apertura della sezione “Orizzonti” alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Il film apre e chiude una parentesi nel lasso di tempo che intercorre dall’arresto di Stefano Cucchi al suo decesso il giorno 22 ottobre 2009 nel carcere di Regima Coeli.

La storia è nota più o meno a tutti: Cucchi viene arrestato per possesso e spaccio di stupefacenti. Viene accertato dall’autopsia e da alcune testimonianze che durante la notte trascorsa in questura Cucchi subisce percosse di grave entità; di cui inizia il suo calvario: dalla struttura medica del carcere  all’ospedale Fatebenefratelli, l’epilogo è il medesimo: un’ inadeguato soccorso medico e farmacologico.

Sette giorni dopo Stefano Cucchi, pesa 37 chili,  e muore per ipoglicemia,traumi diffusi,  alterazioni al fegato, ostruzione della vescica e compressione del torace.

Il film sceglie un taglio asciutto, con focus sulla figura di Stefano, interpretato dal bravissimo Alessandro Borghi, già visto in Suburra e Napoli Velata. Ci accompagna in questo incubo con l’occhio distaccato del documentarista. Non ci sono spazi per retorica o prese di posizioni pseudo politico/faziose. Questa è una vergogna che non ha colore, non ha bandiera, non ha ideologia. E l’impatto sull’emotività dello spettatore è devastante.

Il 27 novembre 2009 una commissione parlamentare d’inchiesta conclude che Stefano Cucchi è morto per abbandono terapeutico.

Dla 2010 ad adesso si è aperta una giostra di accuse condanne-assoluzioni-cassazione-condanne assoluzioni a carico di medici dell’ospedale Sandro Pertini e di appartenenti alle forze dell’ordine, fino ad arrivare al  18 luglio 2016, al termine del secondo processo d’appello disposto dalla Cassazione, la Corte d’Appello di Roma assolve i 5 medici perché “il fatto non sussiste”.

Nell’ anno 2018 in corso si sta svolgendo il processo-bis, e al momento attuale nessuna condanna è stata emessa.

La cosa che mi ha maggiormente fatta riflettere, al di là delle percosse, che sicuramente sono un fatto deprecabile, è stata la questione della mancata assistenza medica. Ricordiamo che i decessi in carcere sono circa 200 l’anno, e la maggior parte cadano nel silenzio. Muoiono nell’indifferenza, da soli.

Ma il problema è anche più grande. In un certo senso ancora più spaventoso, e va alle radici della stessa struttura della sanità italiana. Chiunque abbia sperimentato anche solo che una notte al pronto soccorso sa delle condizioni di sovraffollamento, mancanza di letti, medici (spesso costretti a turni di 15 ore), a volte anche di strutture e apparecchiature adeguate. E più si scende verso il sud Italia e più la cosa diventa evidente. A occhio e croce, se la sanità è cosi traballante e piena di pecche per il cittadino comune, mi domando che cosa possa essere quella fornite nelle strutture penitenziarie.

Il nostro è un paese che ci sta abbandonando. Da soli e senza cure in un lettino di un ospedale penitenziario.

Share This: