Laddove design e jewellery si incontrano

Sempre
più spesso la linea sottile che divide fashion, design e jewellery
viene superata, facendo confluire energie creative in una sorta di
sinfonia dove un abito, un gioiello diventano forme astratte e
oggetti di puro design.
Le
ispirazioni, la ricerca e la progettazione, se unite all’innovazione
e alla sperimentazione, portano alla nascita di prodotti
unici, realizzati a volte attraverso l’uso di nuove tecnologie a
volte da abili mani di artigiani che raggiungo il risultato provando
e tentando, con lo scopo è quello di generare qualcosa di mai
realizzato prima.
E’
facile pensare al gioiello classico realizzato grazie all’utilizzo
di pietre preziose indistruttibili (come il diamante, che nemmeno un
mulino
a dischi
riuscirebbe a scalfire), ma per giovani
talenti quello che rende prezioso l’oggetto non è il valore
intrinseco i del materiale cho lo costituisce, ma lo studio e
l’innovazione con la quale materiali poveri come la carta o il filo
di ferro sono rielaborati e reinventati fino a creare una vero e
proprio oggetto unico.
I
materiali non convenzionali possono diventare preziosi gioielli,
metalli pregiati possono celarsi dietro apparenze e giocare a essere
semplici pezzi di cartone.
Gioielli
di cartone? No, è oro e argento
Più
che un jewellery designer “puro”, David Bielander è un
artista a 360 gradi. Ogni creazione ha diverse particolarità che la
rendono unica e, una delle sue peculiarità, è quella di
“confondere” chi si trova davanti i suoi gioielli. Come la serie
di braccialetti Cardboard, che ad un primo sguardo sembrano
fatti di parti di cartone pinzate accuratamente tra di loro, per poi
scoprire che, in realtà, si tratta di oro e argento.
Natalie
Smith e i gioielli di zucchero
Laureata
in Inghilterra presso la Scuola del Gioiello, Natalie Smith è da
sempre affascinata dal cambiamento delle forme, dalla loro creazione
e disintegrazione. Quest’ultimo è uno degli aspetti degli
anelli, delle spille e delle collane che Natalie ha creato
utilizzando plastica, tessuti e zucchero, materiale che con il tempo
si scioglie, cambiando la forma dell’accessorio, che quindi muta
nel tempo.

La
leggiadria della carta di Daniele Papuli
Un
italiano conosciuto in tutto il mondo per le sue
creazioni-installazioni di carta dal fascino raffinato, complicato,
leggiadro. Un artista-artigiano che riesce a realizzare opere
uniche, armoniose e che ha sperimentato la sua arte anche nei
gioielli, entrando a far parte della rosa di sessanta designer
provenienti da tutto il mondo nella mostra “Gioielli di carta”
della Triennale di Milano del 2009.
Gli
Origami Scultura di Maureen My Ngoc
Un
altro artista che lavora con la carta è Maureen My Ngoc , laureata
al London College of Fashion. Maureen riesce a creare una collezione
estremamente concettuale, dove imbastisce forme tridimensionali
estremamente fitte e complicate usando la tecnica degli origami, che
rende le sue creazioni flessibili e adattabili alle forme e ai
movimenti del corpo.

Katie Schutte e i le sue
sculture marine
Katie Schutte è un’artista
americana residente in Ohio, tiene corsi sulla manipolazione dei
metalli, e crea i suoi gioielli manipolando del sottile fil di ferro
con la tecnica del crochet. Le sue ultime creazioni si ispirano a
organismi marini, riprodotti con cura come fossero appunto centrini
viventi.

Articolo
realizzato in collaborazione con
Emme3,
azienda produttrice di strumenti scientifici da laboratorio e
attrezzature chimico-farmaceutiche.
Ufficio
Stampa Nomesia
redazione@nomesia.com
ph:
02 87 38 24 04

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Vivian Maier, la bambinaia con la passione per la fotografia

La scoperta di questa incredibile fotografa si deve al giovane John Maloof, che nel 2007 mentre stava raccogliendo  informazioni per la sua ricerca su Chicago, la sua città, incappò quasi casualmente in un’asta contenente scatoloni appartenuti a una bambinaia. In mezzo a abiti, cappelli e cianfrusaglie, Maloof scoprì un numero considerevole di negativi e rullini ancora da sviluppare. E fu così che venne a conoscenza  del mondo fino ad allora segreto di Vivian Maier, una bambinaia  che tra gli anni 50 e gli anni 70 ha scattato nei suoi giorni liberi moltissime fotografie tra Chicago, la città dove appunto viveva,  New York e Los Angeles.
Maloof da quel momento si appassionò al lavoro della Maier, e cominciò a svolgere  una grande attività di
ricerca e divulgazione della sua opera fotografica, organizzando mostre in tutto il mondo per mostrarne il lavoro. Vivian, che utilizzava per realizzare le sue foto una macchina fotografica Rolleiflex e un apparecchio Leica IIIc, aveva infatti scattato un numero considerevole di fotografie, molte delle quali non erano neanche mai state sviluppate.

Vivian Maier naque a New York nel 1926 da madre francese e padre austriaco. In giovane età con la madre fece ritorno in Francia, dove vissero insieme a un ‘amica della madre, Jeanne Bertrand, che era una fotografa di discreto successo, che insegnò a Vivien tutto quello che poteva esserle utile sulla fotografia.
Nel ’38 madre e figlia tornarono a New York, e dopo un brere viaggio in Francia per vendere delle proprietà immobiliari, il cui ricavato servì ad aquistare la sua prima attrezzatura fotografica professionale, nel 1956 si stabilì definitivamente a Chicago. fu lì che cominciò la sua atticità di bambinaia, e insieme di fotografa, sviluppando i suoi scatti in una camera oscura ricavata dal suo bagnetto personale.
Vivian morì nel 2008 a causa di una caduta accedentale sul ghiaccio, e non seppe mai che il suo talento stava finalmente avendo la notorietà che meritava. Negli ultimi anni della sua vita aveva avuto delle difficoltà economiche, superate solo grazie all’aiuto della famiglia presso cui aveva lavorato per 17 anni, ma nel mentre molte sue cose, come per esempio i famosi rullini trovati dal Maloof, erano andate all’asta.

Ho avuto la fortuna di visitare la mostra sulla Maier che si tiene negli spazi di Forma Meravigli a Milano, aperta fino al 31 Gennaio. Vivian è estremamente moderna nel suo modo di scattare, potremmo definirla un’antesignana dello street stile.  Cattura persone comuni, donne uomini e bambini, fermandoli nell’attimo, in uno sguardo, in un movimento. La forma urbana dialoga con i personaggi, i muri parlano, le città di New York, Chigago e Los Angeles sono protagoniste tanto quanto le persone che le viviono.
Vivian fotografa anche se stessa molto volte, attraverso gli specchi, che sono quasi una costante nelle sue foto, quasi che attraverso le immagini riflesse di se stessa e del mondo stesse cercando la vera essenza  nascosta delle cose. In questo possiamo anche dire che fu la prima a scattare dei selfie, anche se nel suo caso sono selfie d’autore.

Se siete interessati a saperne di più, ecco alcuni link: www.vivianmaier.comwww.findingvivianmaier.com
https://www.facebook.com/photographervivianmaier

https://www.artsy.net/artist/vivian-maier

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Steve McCurry in mostra a Palazzo Ducale, Genova

Ieri sono andata a visitare la mostra di Steve Mc Curry, fotografo testimone di guerre e tragedie, dall’occhio asciutto e dalla dialettica senza fronzoli.
La mostra si divide in due sezioni, la prima dove i ritratti sono posizionati in dei corridoi fatti con tessuto trasparente, e questi occhi puntati, questi sguardi accusatori sembrano rimproverarti, tutta la loro sofferenza, che traspare appena dietro fierezza e dignità, mi hanno fatta sentire in colpa per vivere la mia tranquilla vita mentre il resto del mondo subisce torti e atrocità.
Atrocità che troviamo poi documentate nella seconda sala, con foto di guerra, protagonisti spesso gli animali, spesso corpi mutilati e morenti, anche alcune foto del world trade center quell’11 settembre,
Una mostra da vedere, pronti a ricevere un pugno nello stomaco.
Solo un appunto all’allestimento, buone l’idea dei pannelli trasparenti ma i corridoi erano troppo stretti e con un pò di pubblico presente era difficile osservare bene le foto.
http://www.stevemccurrygenova.it/index.php

Steve McCurry, uno dei  più grandi
fotografi odierni, ha vinto molti  dei più prestigiosi premi per la
fotografia. Conosciuto maggiormente per l’uso evocativo che fa del 
colore, McCurry, seguendo la più fine tradizione documentarista, cattura
l’essenza dell’animo umano. Dopo il lavoro per un quotidiano durato due  anni, partì per
l’India per iniziare come freelance. E’ in India che McCurry imparò ad
aspettare e guardare alla vita. Attraversando il confine del Pakistan
per arrivare nell’Afghanistan controllato dai ribelli appena prima
dell’invasione russa  i porta le immagini che sono state pubblicate in tutto mondo facendo di lui il primo a mostrare il
conflitto che si stava combattendo in quelle terre. Per questa impresa
ha vinto la Robert Capa Golden Medal per il migliore reportage
fotografico dall’estero
È il vincitore di numerosi premi, compreso il Magazine Photographer
dell’anno, ricevuto dall’associazione nazionale dei fotografi per la
stampa. Steve McCurry ha coperto molte zone di
conflitto internazionale e civile, compreso Beirut, la Cambogia, le
Filippine, la Guerra di Golfo, la Iugoslavia, l’Afghanistan e il Tibet. Il lavoro di McCurry è stato pubblicato in ogni principale
giornale nel mondo e frequentemente compare nel National Geographic
Magazine con gli articoli recenti sul Tibet, sull’Afghanistan,
sull’Iraq, sullo Yemen e sul tempio di Angkor Wat, Cambogia.

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